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Parole insonni

6/7/2015
via lattea
L’aria gelida che improvvisamente entrava dalla finestra e mi asciugava il sudore della calda ed umida notte d’estate mi sveglio nel cuore della notte.
Improvvisamente faceva un freddo tale da costringeremi a rintanarmi sotto il lenzuolo di cotone.
In lontananza si udiva dal tetto della scuola un vociare confuso e stridulo, erano centinaia di gabbiani inferociti che tenevano una sorta di conversazione agitata almeno quanto il mio sonno.
Per il resto era silenzio, nessuna automobile rombava nelle strade circostanti, il cielo era limpido e velato ed una chiarissima luna ancora incompleta mi guardava dalla porzione di cielo che riuscivo ad osservare senza muovere un solo muscolo, dal mia posizione nel letto.
Riuscivo a percepire la goccia che cadeva dal rubinetto nel bagno e tintinnava sorda sulla porcellana ed il frigo che dalla cucina emetteva degli strani e tenebrosi rumori.
Mi sentivo irrequieto e non a mio agio in questa scena materiale che pian piano si andava delineando, ero come estraneo a tutto, incorporeo e sempre più lontano dalla realtà delle cose.

Con una mano andai a cercare il sedere di Simona, sfiorandolo delicatamente senza svegliarla, il contatto con la sua pelle fresca e liscia mi provocava una sensazione piacevole ed una leggera eccitazione, ma sapevo bene che non avrei dovuto ne potuto svegliarla, perché era lontana, immersa chissà in quale sogno o paese creato dalla sua mente o persa tra domande a cui dare risposte.
Era vicina con la carne del suo corpo ed il sangue che le scorreva sotto pelle ed il respiro lieve che si poteva percepire nel silenzio, ma lontana ed imperscrutabile con il pensiero, tanto da diventare una specie di suppellettile inutile, come qualsiasi altro oggetto inanimato che potevo osservare nella stanza.
Da addormentata e lontana, diveniva al pari della lampada da comodino spenta, del quadro non illuminato, dell’armadio socchiuso, non aveva alcuna utilità se non quella di essere presente almeno in parte nel mio stesso letto.
Non capivo ancora perché improvvisamente avevo smesso di dormire ed ero stato avvolto da una serie interminabile di pensieri e domande.
Improvvisamente cominciai a pensare ai tre voli che avrei dovuto prendere entro fine mese e che come sempre mi terrorizzavano, a l’ammontare del mio conto in banca e gli stipendi arretrati che chissà se avrei mai ricevuto, agli obiettivi per la reflex che da sempre avrei voluto, ma non avevo il coraggio di comprare, al viaggio a sorpresa da finire di organizzare per il compleanno di Simona della settimana successiva.

Mi si affollavano nella mente ogni genere di decisione sospesa, ed ogni preoccupazione anche banale, togliendomi quel sonno che mi serviva per affrontare la nuova dura giornata di lavoro alle porte.

Avrei tanto voluto comprare la moto nuova che da anni mi limitavo ad osservare sulle riviste, ma sarebbe stato giusto impegnare tanti soldi proprio adesso in questo momento di incertezza lavorativa che si protraeva orma da anni?
E poi c’era la difficoltà del lavoro, le tre scadenze contemporanee di progetti da milioni di euro, da consegnare in tempi troppo stretti, con troppe ingerenze di colleghi che non avevano portato a termine il loro lavoro e che chiedevano miracoli a me che avrei dovuto sviluppare software in grado di rimediare a tutte le carenze ed i cambiamenti hardware e nascere direttamente senza bachi e funzionanti. Poi c'erano i colleghi a Sharjah che erano partiti prima della fine dello sviluppo e mi massacravano perché io finissi il lavoro da remoto mentre erano sul posto a finire le installazioni hardware. Anche in quel caso si aspettavano che avrei dovuto sviluppare software che non avesse bisogno di test, ma che avrebbe dovuto funzionare da subito alla perfezione.

Gli straordinari ormai non si contavano più sulle dita, ma non esistevano dal punto di vista economico, perché nel lavoro moderno erano imposti con minacce velate, ma non pagati ne richiesti ufficialmente, e poi c’era quel aumento di stipendio concordato con l’amministratore delegato che era stato disilluso. Avrei dovuto introdurre la questione è parlargliene nuovamente, e solo io so quanto mi pesi, fare dei discorsi in cui devo chiedere denaro.

Tutti pensieri che vorticavano veloci nella mia testa.
Mi avrebbero lasciato in pace almeno nei 20 giorni di vacanze concordate per agosto, o avrebbero tentato di precettarle? Avrei dovuto portarmi la reflex in Corea oppure mi sarebbe bastata la mirrorless decisamente più leggera, ma di poche pretese? E se mi fossi pentito della scelta perdendomi foto straordinarie di un paese nuovo mai visitato prima?
Avrei dovuto girare dei video per il mio canale YouTube o godermi solamente il viaggio senza pensarci troppo?
Sarebbe stato il caso di scrivere un diario id viaggio, oppure non sarebbe importato a nessuno leggerlo?

Quando avrei poi trovato il tempo per ritoccare tutte le foto arretrare dei miei viaggi in Giappone? E queste nuove foto si sarebbero accumulate alle altre, perdendosi nella mancanza di tempo libero dovuta a giornate lavorative che cominciavano alle 6 con la sveglia e terminavano al rientro a casa verso le 20?
Che vita stavo vivendo? E perché mai ero finito così?
Non c’era una via d’uscita, una fuga verso una nuova vita in cui poter godere della vita stessa invece di arrovellarsi tra le mille cose che non avevo il tempo di fare?
Quando mi sarei preso quell’anno sabbatico per andare a studiare la lingua giapponese in Giappone e coronare il sogno di vivere per un po’ nella nazione in cui da sempre avrei voluto trasferirmi e quale sarebbe stato il posto giusto per vivere al meglio questa esperienza?
L’immensa e frenetica Tokyo, la meravigliosa Kyoto dai tempi più lenti ed i templi di un passato strepitoso o un piccolo centro di pochi abitanti dove stare nella tranquillità, davvero non sapevo dare una risposta nemmeno a queste semplici domande.

Gli uccelli nel parco della scuola facevano versi mai uditi prima, forse erano quei pappagalli enormi e colorati che si erano riprodotti a migliaia negli ultimi anni qui a Roma. Sembrava di essere in una foresta, più che in una strada secondaria di città.
Ormai il sonno era andato a farsi benedire e già le prime luci dell’alba coloravano il cielo di un pallido celeste. Una serranda si apriva in lontananza e mi faceva sentire meno solo, l’orologio segnava le 5 e tra meno di un ora sarebbe suonata la sveglia, ma ormai almeno due ore di sonno erano andate, perdite e non avrei saputo come recuperarle.
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