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15/04/2009 - La mia speranza per i bambini abruzzesi

Era un tranquillo pomeriggio di troppi anni fà, probabilmente una domenica, perchè ci si trovava a casa di mia nonna.

Se mi concentro riesco ancora a rivedere il tavolo rotondo in legno massiccio attorno a cui ero riunito con i miei cugini, l'enorme schermo della televisione che catturava la nostra attenzione, le sedie dallo schienale in legno lavorato dove poggiare la schiena era un impresa fachirica. Dalla cucina proveniva un odore di olio fritto che riempiva tutta la piccola casa dei miei nonni materni, io ed il più grande dei miei due cugini, incollati al grande teleschermo blu aspettavamo fremendo l'inizio del nostro cartone animato preferito, quello che avrebbe segnato l'infanzia di tutta la mia generazione. Ufo Robot Grandizer o più semplicemente come lo chiamavano qui in italia Goldrake.

Nel vivo della puntata quando la nostra attenzione era concentrata sulle sorti del combattimento con i mostri di Vega, il segnale televisivo si perse dietro una insensata e grigia danza di pixel impazziti, il suono divenne un fruscio assordante ed il pesante lampadario a dieci braccia ed altrettante lampadine incandescenti, cominciò ad oscillare vistosamente. Nello stesso tempo in cui scoppiammo a piangere si sentirono le urla di terrore della gente, le mura di casa cominciarono tremare, i miei parenti a correre senza una meta.

Era il 1980 e per la prima volta in vita mia scoprivo questo fenomeno naturale chiamato terremoto, mia madre e mia zia tentavano di trascinarci con forza fuori di casa, mentre con tutte le nostre forze ci aggrappavamo al bordo del tavolo urlando di voler restare a guardare goldrake.

Avrò lasciato la presa per qualche secondo perchè un attimo dopo mi ritrovai fuori nel viale di casa insieme ad una folla agitata di persone che velocemente spuntava fuori dalle palazzine per ammassarsi intorno a noi.
Non riuscivo più ad avere a mettere a fuoco i palazzi per la continua vibrazione a cui erano sottoposti mi sembravano sfocati, guardavo le persone impaurite e non capivo a che razza di gioco stessimo giocando.

D'un tratto, qualcuno facendo l'appello dei componenti della nostra famiglia comincio a gridare che avevamo dimenticato il cane dentro casa, chiuso nel bagno che rappresentava il suo piccolo mondo privato, mio zio oppure mio nonno, non riesco a ricordarlo con precisione si lanciò in una corsa verso il palazzo, salì di corsa le scale dell'androne e sparì alla nostra vista, dopo pochi secondi che sembrarono un eternità, si rivide la sua figura spuntare fuori con a seguito il maestoso lupo dei miei nonni che tremolante di paura sembrava ora più simile ad un agnellino indifeso.

Non ricordo quanto tempo durò la scossa di terremoto, ne se ci furono più scosse, ma ricordo bene i giorni che passammo nelle nostre automobili, quell'esperienza così divertente aveva spinto la mia famiglia ad un unione forzata.
Per un bambino dormire nella stessa auto con papà e mamma, averli sempre li a disposizione per parlare, fare domande e sentirsi rispondere è qualcosa che la vita normale non riesce a dare.

Non immaginavo cosa fosse un terremoto fino a quel giorno, e non credo di averlo compreso realmente se non in età adolescenziale.

E' strano che alcuni momenti nella vita lascino un ricordo così intenso, l'odore di cotoletta che riempiva tutta l'auto, mia madre con il piatto di spessa porcellana che inforcava due tre quadratini di cotoletta per poi imboccarmi, mio padre pensieroso con lo sguardo perso nel buio della notte, sono cose impresse in maniera indelebile nella memoria.

Quei giorni sono stati per me un nuovo gioco, così divertente da coinvolgere l'intera famiglia i parenti e tutti gli altri abitanti del quartiere, un immenso gioco con tantissimi partecipanti, come prima non mi era mai capitato di giocare.

Spero che questo possa restare in futuro nella memoria dei bambini abbruzzesi, con la volontà degli adulti a fare da scudo e filtro per far si che i bambini non possano mai comprendere la reale drammaticità delle cose.
MARIO APREA

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