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Pensieri

L'odore del tè giapponese

28/6/2020
te giapponese con okashi
Da quella calda e lontana estate del 2013, quando andai per la prima volta in Giappone, non ho mai più smesso di bere tè verde la mattina.
Ogni volta che apro il barattolo del tè e respiro l’odore del gen-matcha mi ritornano alla mente alcuni dei momenti meravigliosi vissuti in Giappone.
Quell’odore è per me come una porta dello spazio e del tempo, più di ogni fotografia o ricordo scritto, riesce ad evocare dei momenti che in automatico la mia mente aveva messo via da qualche parte.

Allora, attraverso quell'odore, ritrovo sotto le mani il tavolino di legno levigato dal tempo, di un Ryokan sconosciuto e la proprietaria, che ci versava il tè verde per darci il benvenuto.
Sconosciuto, perché devo aver vissuto quella scena decine di volte in posti diversi del Giappone e c’era sempre un'anziana signora pronta ad offrirci tè verde caldo o freddo, accompagnato spesso da un dolcetto tipico o un cracker alle alghe. Un modo cortese di conoscere gli ospiti e dargli un benvenuto cordiale.

Ricordo la penombra della sale da tè a Kanazawa ed il tè matcha amaro che si contrapponeva al dolce del piccolo okashi zuccheroso, servito da accompagnamentoal tè. Mentre dalle fessure delle tende di bambù si intravedevano i passanti passeggiare sotto il sole caldo del primo pomeriggio, lungo la strada principale che ancora conservava gli edifici bassi e storici capaci di far fare ai visitatori un salto indietro nel Periodo Edo.

Ricordo la sala da tè nel giardino del tempio a Kyoto e la scomoda posizione sulle ginocchia, che nonostante il Tatami, mi facevano un male tremendo, tanto da doverle poi distendere di lato.
Mentre fuori le luci e le ombre danzavano tra le foglie del giardino e l’acqua scivolava nel piccolo ruscello infrangendosi nel suo salto contro le piccole rocce.

Ricordo Nobuko che con gesti lenti ed eleganti ci versava il tè sul riso, in quel piccolo locale di Kyoto dove ancora servivano il Chazuke, un vecchio piatto a base di riso e tè caldo, ormai un po’ in disuso nell'epoca moderna.

Ricordo i monaci del santuario di Koyasan che ci servivano la colazione dopo la cerimonia del fuoco e ci versavano il tè, servendoci riso bianco e verdure, accompagnandoli con uno dei più buoni tofu del mondo.

Ricordo la sera nella nostra stanza a Shirakawa-go, sotto un tetto di paglia ed un cielo tappezzato di stelle che c’era un silenzio innaturale. Dormivano tutti nella cittadina, anche Simona sul futon al mio fianco, ma io ero sveglio, immobile, e dalla finestra di legno e paglia e guardavo fuori.
Nella stanza una fioca luce in modalità notturna, che pendeva al centro della stanza da una lampada di carta di riso e legno, mi permetteva di continuare a versare tè verde nella piccola tazzina da te. Io continuavo a versarlo appena la tazza si svuotava e sorseggiando lentamente quel tè, nel silenzio più assolito, mi sentivo un uomo felice e non chiedevo altro che quel momento durasse in eterno.

Ogni volta che apro il barattolo e ne respiro l’odore e l’aroma, rivivo tutti questi momenti magici persi nel tempo e nei meandri della mia memoria.
Per questo prima di preparalo, dopo aver aperto il barattolo, resto sempre un attimo perso nei miei pensieri.

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