No
La prima delle tre grandi forme del teatro classico giapponese, quella che segnò il passaggio definitivo dalle manifestazioni ritualistiche, prettamente pre-teatrali, al teatro vero e proprio.
Fu infatti il no che, fin dallo scorcio del sec. XIV, diede vita a una forma di spettacolo basata per la prima volta sulla specifica e antitetica relazione tra scena e pubblico, inesistente nel rito.
Ma, proprio perché teatro in senso pieno, socialmente aperto, esso si radicò su un suo passato e su un suo presente fatti di folclore e di credenze popolari che lo resero accessibile a qualsiasi tipo di pubblico e gli diedero quella duttilità sociale che ne lo statuto.
In questo modo si spiega la compresenza nel no di elementi shintoisti, o meglio prebuddhisti, e buddhisti fusi in modo inscindibile: evidenti testimonianze della rielaborazione di tutto un retroterra liturgico-ritualistico, proprio del momento pre-teatrico, al servizio della nuova concezione di spettacolo.
Il repertorio e la struttura del dramma attuale è costituito da 253 drammi. Questi drammi o, forse più propriamente, monodrammi poiché s'incentrano tutti intorno a un solo individuo protagonista, si dividono in due grandi categorie: no di sogno (mugen no) e no della vita presente (genzai no). In entrambe le categorie i drammi seguono un'identica struttura di base in dieci momenti.
Ma i no di sogno hanno uno sviluppo narrativo tipico che ne permette la scissione in due parti.
La prima parte si compone di cinque momenti:
1, entrata di un viaggiatore, solitamente un pellegrino diretto verso un luogo connesso con un avvenimento che la leggenda ha reso famoso;
2, entrata di un abitante del luogo che s'accosta al pellegrino giunto alla meta;
3, colloquio tra i due, in cui il pellegrino chiede all'indigeno di narrargli la storia connessa con quel luogo;
4, racconto della storia da parte dell'indigeno;
5, rivelazione della vera identità dell'indigeno alla fine del racconto, che è quella del protagonista del fatto, e sua scomparsa dalla scena lasciando solo il pellegrino. Così termina la prima parte.
La seconda parte consta di altri 5 momenti:
1, attesa del pellegrino;
2, apparizione del protagonista, che precedentemente aveva sostenuto la parte dell'indigeno, nella sua vera identità di eroe della vicenda narrata prima;
3, colloquio con il pellegrino;
4, rievocazione, con un particolare linguaggio gestuale, dell'episodio saliente della personale avventura terrena da parte del protagonista e sua scomparsa;
5, risveglio del pellegrino che s'accorge d'aver sognato tutto.
L'interruzione naturale che separa la prima dalla seconda parte è detta ai e può talvolta essere riempita dal kyogen che, in linguaggio molto semplice, riassume quanto è accaduto. Oltre a questa prima grossa classificazione ve n'è un'altra dove i drammi sono raggruppati in cinque diverse tipologie che indicavano la disposizione dei no nell'arco di una giornata ideale.
Accanto ai già citati ruoli del protagonista e del comprimario va menzionato quello del coro la cui funzione non è tanto quella di commentare l'azione scenica, ma di esprimere ciò che il protagonista e il comprimario dovrebbero dire.
La scena può assomigliare in qualche modo allo spaccato di un edificio: quadrata e sovrastata da un tetto, ha sul fondo un vasto pannello su cui è dipinto il caratteristico pino ed è connessa con le quinte per mezzo di un ponte, fiancheggiato da tre pini. Il compito di riproporre il repertorio del no è affidato ancor oggi al complesso delle quattro compagnie, Hosho, Kanze, Kongo e Konparu insieme alla scuola Kita.